Anticorruzione? Lo scandalo dell’open data negato
ANAC non ha cancellato gli open data, ma ne ha svuotato la funzione: file in ritardo, API pubbliche inaffidabili e accesso reale confinato alla PDND. Così cittadini e giornalisti perdono uno strumento essenziale di controllo civico.
ANAC continua a chiamarli dati aperti, ma ha tolto ai cittadini lo strumento più importante per usarli davvero: un accesso pubblico, stabile e tempestivo. In Europa TED dimostra che un altro modello non solo è possibile, ma esiste già.
C’è un modo molto italiano di chiudere una porta senza dichiararla chiusa. Si lascia la targa, si conserva il campanello, si lucida perfino la maniglia. Poi, quando qualcuno prova a entrare, scopre che la chiave è riservata agli autorizzati, che l’ingresso pubblico conduce a una sala d’attesa e che, per sapere cosa accade davvero dentro il palazzo, bisogna affacciarsi alle finestre, scaricare scatoloni di documenti vecchi o raschiare con pazienza l’intonaco digitale delle pagine web. È ciò che sta accadendo ai dati sui contratti pubblici italiani: ANAC non ha formalmente abolito l’open data, ma ne ha progressivamente svuotato la funzione più importante, quella di permettere a cittadini, giornalisti, ricercatori, imprese e sviluppatori indipendenti di interrogare, aggregare e controllare tempestivamente l’attività pubblica.
Non si tratta di una disputa per programmatori offesi perché manca un endpoint elegante. Non è una lite tra sacerdoti del JSON, monaci del CSV e asceti della riga di comando. È una questione democratica. I dati degli appalti raccontano chi compra, che cosa compra, quanto spende, con quale procedura, a chi affida il lavoro, quante imprese partecipano, quali territori concentrano gli affidamenti, dove ricorrono sempre gli stessi nomi e dove gli importi sembrano marciare in fila con una regolarità degna di miglior causa. Poterli interrogare rapidamente significa distribuire il controllo. Renderli accessibili soltanto attraverso cruscotti, pagine web, file massivi tardivi o API riservate significa invece concentrare nuovamente il sapere e rallentare chi osserva dall’esterno.
La formula più precisa è questa: ANAC non ha rinunciato agli open data in senso formale, ma ha rinunciato, nei fatti, a un accesso pubblico moderno, affidabile e machine-to-machine ai dati correnti degli appalti. Continua a pubblicare dataset, conserva un portale denominato “Open Data”, offre cruscotti Analytics e pagine di ricerca. Ma il cuore operativo del sistema, quello aggiornato e strutturato, vive oggi soprattutto dentro l’interoperabilità della Piattaforma Digitale Nazionale Dati, la PDND, accessibile ai soggetti autorizzati e alle piattaforme certificate. Al cittadino resta il diritto di guardare. Agli accreditati viene consegnato il diritto di interrogare.
Ed è qui che la trasparenza cambia natura. Da diritto diffuso diventa visita guidata.
Il museo dell’open data
Visitando l’ecosistema ANAC si incontrano diversi strumenti. Ci sono dataset CIG annuali, archivi SmartCIG, aggiornamenti incrementali, file basati sullo standard internazionale OCDS, Open Contracting Data Standard. Ci sono dashboard Superset, Analytics aggiornati con una frequenza dichiarata settimanale, ricerche per CIG e pagine della Piattaforma di Pubblicità a Valore Legale. Non siamo dunque davanti a un deserto assoluto. Il problema è che molti di questi strumenti appartengono più alla logica della consultazione che a quella del riuso.
Un cruscotto è utile per cercare un contratto, osservare un grafico, applicare qualche filtro. Ma non sostituisce un’API pubblica. Una pagina web è progettata per essere letta da una persona, non interrogata con continuità da un sistema indipendente. Può cambiare struttura senza preavviso, caricare i risultati tramite JavaScript, modificare paginazione, nomi dei campi e filtri. Può introdurre protezioni contro gli accessi automatici, bloccare indirizzi appartenenti a fornitori cloud o restituire un errore proprio quando un’applicazione ha bisogno del dato. Il cittadino può vedere il piatto in vetrina, ma non entrare in cucina e non leggere l’inventario.
I file bulk, cioè gli archivi massivi scaricabili, sono utili e necessari. Nessuno ne contesta il valore. Ma quando rappresentano il principale rifugio pubblico per chi deve automatizzare il riuso, la trasparenza assume il passo stanco dell’archivista. Per seguire un mercato, individuare tempestivamente una procedura o aggiornare un sistema di controllo non basta sapere che, prima o poi, verrà pubblicato uno scatolone digitale. Serve una pipeline regolare, prevedibile, aggiornata e documentata.
Nel giugno 2026, secondo le verifiche raccolte e le segnalazioni di chi utilizza questi dati in produzione, alcuni file mensili OCDS recenti risultavano assenti o pubblicati fuori sequenza: mesi precedenti mancanti mentre un mese successivo era già disponibile, ritardi che in alcuni casi portavano il quadro pubblico parecchio indietro rispetto all’attività corrente. Non è la prova che ANAC non pubblichi più nulla. È forse peggio: è la prova che pubblica senza offrire al riusatore una garanzia sufficiente di tempestività, continuità e ordine.
Un dato sugli appalti pubblicato mesi dopo non è inutile, ma è un’altra cosa. Serve alla statistica, alla ricerca storica, alla relazione annuale. Serve molto meno al controllo civico mentre i fatti accadono. La corruzione, l’opacità, l’errore amministrativo e la concentrazione anomala degli affidamenti non attendono educatamente l’uscita del file di marzo, magari pubblicato quando il calendario ha già cambiato stagione.
L’API pubblica diventata fantasma
La vicenda assume contorni ancora più paradossali osservando ciò che resta delle API pubbliche ANAC. Esistono tracce documentali di una API CIG e SmartCIG, presentata anche nel percorso dell’Open Government Partnership come uno strumento destinato ad aprire i dati degli appalti. Esiste una Swagger UI dell’API OCDS ancora indicizzata dai motori di ricerca, con endpoint per versioni, statistiche, gare, aggiudicazioni e release. Esistono documenti e presentazioni secondo cui i dataset mensili rappresentavano il canale differito, mentre le API avrebbero consentito l’accesso a dati aggiornati in tempo reale.
La facciata, insomma, racconta ancora la storia di un edificio moderno.
La verifica operativa racconta una storia diversa. La Swagger pubblicamente indicizzata può restituire un laconico “Request Rejected”. Utilizzatori tecnici hanno segnalato errori HTTP 403, blocchi degli indirizzi appartenenti a infrastrutture cloud, ricorso a proxy e abbandono delle interrogazioni dirette in favore dei dump. Non basta questo per dichiarare che ogni singolo endpoint sia morto in ogni luogo e per ogni utente. Basta però per affermare che non siamo più davanti a un servizio pubblico affidabile sul quale un cittadino possa costruire uno strumento stabile.
Una vera API pubblica non è un indirizzo sopravvissuto in un motore di ricerca. Non è una Swagger imbalsamata nella teca del web. È un contratto operativo: documentazione aggiornata, accesso chiaramente definito, comportamento prevedibile, versionamento, limiti dichiarati, disponibilità verificabile e un canale attraverso il quale segnalare problemi. Se un servizio funziona soltanto da alcuni indirizzi, se respinge infrastrutture comunemente utilizzate per elaborare dati, se costringe chi lo usa a installare proxy o a sperare nella benevolenza di un filtro di rete, non è aperto. È una lotteria con documentazione tecnica.
Nel frattempo, le API vive, ricche e mantenute esistono davvero. Sono quelle della Piattaforma Contratti Pubblici e della Consultazione della Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici. Consentono ricerche per CIG, consultazione degli appalti, recupero dei codici, gestione degli stati, pubblicazione degli avvisi, rettifiche e molte altre operazioni. Hanno specifiche dettagliate, autenticazione, limiti di traffico, risposte strutturate. È un’infrastruttura seria. Ma non è pubblica nel senso civico del termine: passa dalla PDND, richiede accreditamento, onboarding, autorizzazioni e appartenenza all’ecosistema istituzionale previsto.
Il messaggio architettonico è chiarissimo: chi appartiene al sistema può parlare con il sistema; chi appartiene alla società può consultare ciò che il sistema decide di mostrargli.
PDND non è open data
La PDND è uno strumento importante. Permette alle amministrazioni di scambiarsi dati in maniera regolata, autenticata e sicura. Riduce duplicazioni, certifica le identità, disciplina gli accessi e rende possibile l’interoperabilità tra enti e piattaforme. Il problema non è la sua esistenza. Il problema nasce quando l’interoperabilità amministrativa viene presentata, esplicitamente o implicitamente, come sostituto dell’apertura pubblica.
Non lo è.
Un servizio disponibile attraverso PDND può essere perfettamente interoperabile e contemporaneamente inaccessibile a un giornalista, a un ricercatore indipendente, a una piccola impresa innovativa, a un’associazione civica o a un cittadino capace di programmare. L’interoperabilità stabilisce come dialogano i soggetti ammessi. L’open data stabilisce che i dati pubblici possano essere riutilizzati da chiunque. Sono due cerchi che possono sovrapporsi, ma non sono lo stesso cerchio. Scambiarli è come sostenere che una biblioteca sia aperta perché i bibliotecari possono prestarsi i libri tra loro.
Il catalogo nazionale delle API descrive il servizio di consultazione BDNCP come ad accesso ristretto. La documentazione della PCP chiarisce che i servizi vengono utilizzati dalle piattaforme certificate mediante PDND. Dunque l’amministrazione dispone di un canale strutturato, corrente e ben documentato per interrogare i dati. Semplicemente non lo mette a disposizione della collettività alle stesse condizioni.
Questo crea un’asimmetria non soltanto tecnica, ma politica. Da una parte si trovano gli operatori istituzionali, dotati di API vive. Dall’altra il pubblico, dotato di dashboard, download e buona volontà. Da una parte le interrogazioni puntuali e tempestive. Dall’altra file da inseguire, pagine da decifrare e sistemi da mantenere sapendo che domani una classe CSS può cambiare nome e mandare in pensione una settimana di lavoro.
Il risultato è una curiosa trasparenza a due velocità: veloce per chi è già dentro, lenta per chi dovrebbe controllare da fuori.
Quando lo scraping diventa servizio pubblico supplente
In assenza di un’API pubblica affidabile, chi vuole costruire strumenti di ricerca e controllo è costretto a fare scraping. Il termine inglese evoca il gesto del raschiare, ed è insolitamente preciso: si prende una pagina progettata per l’occhio umano e se ne raschia via la decorazione per recuperare titoli, codici, date, importi, enti, operatori economici e collegamenti. Si scrivono procedure che cercano elementi HTML, seguono paginazioni, imitano il comportamento di un browser, attendono il caricamento degli script, interpretano risposte non documentate.
Finché la pagina resta immobile, il marchingegno funziona. Poi qualcuno sposta un pulsante, rinomina un campo, introduce un controllo automatico, cambia la struttura di una tabella o aggiunge una protezione. La macchina si ferma. Non perché il dato non sia più pubblico in teoria, ma perché è cambiata la tappezzeria del corridoio attraverso il quale il dato veniva trafugato legalmente dalla sua vetrina.
Lo scraping non è necessariamente scorretto e spesso è l’unico modo per rendere nuovamente utilizzabili informazioni pubblicate sul web. Ma è intrinsecamente fragile. Richiede monitoraggio continuo, correzioni, test, sistemi di recupero e verifiche contro dati mancanti o duplicati. Può fallire in silenzio, che è il modo più pericoloso di fallire: il sistema continua a funzionare, ma non vede più una parte delle procedure. L’utente consulta il risultato e lo crede completo. In realtà osserva una mappa dalla quale qualcuno ha cancellato alcune strade senza avvertire il cartografo.
Costringere il mercato, la ricerca e la società civile allo scraping significa trasferire all’esterno il costo della cattiva accessibilità pubblica. ANAC conserva il portale; ogni riusatore deve costruirsi il proprio ponte di corde, sperando che non piova. I soggetti più grandi potranno sostenere il costo. I piccoli progetti, le associazioni, le redazioni locali e i singoli cittadini spesso no. La trasparenza rimane formalmente universale, ma diventa materialmente proporzionata al budget tecnico.
Il cittadino informatico espulso dal controllo civico
Per molti anni l’idea di open government ha riconosciuto una figura nuova e preziosa: il cittadino capace di utilizzare gli strumenti informatici per controllare l’attività pubblica. Non un’autorità giudiziaria, non un funzionario, non un’impresa incaricata da un ministero. Una persona, un’associazione, una redazione o un gruppo di ricerca in grado di incrociare dataset, individuare anomalie e porre domande.
È una forma contemporanea di partecipazione civile. Un tempo si consultavano albi, delibere e registri. Oggi si possono elaborare milioni di record e verificare, per esempio, se un certo operatore vince sistematicamente in un determinato territorio, se una stazione appaltante ricorre con frequenza eccezionale a particolari procedure, se molti affidamenti si addensano appena sotto determinate soglie, se aumentano le gare con un solo partecipante, se esistono reti ricorrenti tra enti, fornitori, categorie merceologiche e località.
Queste analisi non provano automaticamente un illecito. Producono segnali. E i segnali sono l’inizio del controllo, non la sentenza. Permettono a un giornalista di fare una domanda precisa, a un consigliere comunale di chiedere chiarimenti, a un ricercatore di descrivere un fenomeno, a un’impresa di comprendere un mercato, a un cittadino di osservare come viene speso il denaro pubblico.
Perché questo controllo sia realmente diffuso, il dato deve essere tempestivo, completo, interrogabile e stabile. Non basta poter cercare un CIG già noto. Il controllo civico nasce spesso proprio dalla possibilità di non sapere in anticipo che cosa si sta cercando: aggregare, confrontare, ordinare, trovare ricorrenze, riconoscere l’eccezione. Un cruscotto con filtri predefiniti consente di porre le domande previste da chi lo ha progettato. Un’API aperta consente di porre domande nuove.
Privare il cittadino informatico di un accesso pubblico efficace significa ridurlo da controllore a spettatore. Gli viene concesso di osservare una procedura alla volta, magari dopo averne già scoperto il codice, ma gli viene reso molto più difficile costruire una visione d’insieme aggiornata. È la differenza tra leggere un fascicolo e poter esaminare l’archivio.
TED: l’Europa che apre davvero la porta
Il confronto con TED, Tenders Electronic Daily, il sistema europeo per la pubblicazione degli appalti, è impietoso proprio perché non avviene con un modello teorico. TED esiste, funziona e dimostra quotidianamente che un’infrastruttura pubblica può offrire accesso umano, accesso automatico, download massivi e strumenti semantici senza trasformare ogni sviluppatore in un esploratore coloniale armato di proxy.
Per gli avvisi già pubblicati, TED offre una Search API ufficiale e accessibile senza autenticazione. La distinzione è semplice e razionale: i servizi relativi a documenti non ancora pubblicati richiedono credenziali; i dati che sono già pubblici possono essere interrogati pubblicamente. Non serve appartenere a una piattaforma certificata, non serve essere accolti nella sala macchine dell’amministrazione, non serve presentarsi con il cappello in mano davanti al protocollo digitale.
TED mette inoltre a disposizione pacchetti giornalieri e mensili scaricabili direttamente, senza login. Giornalieri, non archeologici. Chi deve aggiornare un archivio può farlo seguendo una sequenza prevedibile e documentata. Il bulk non sostituisce l’API e l’API non cancella il bulk: i due strumenti convivono perché rispondono a esigenze differenti. Chi deve cercare pochi avvisi interroga il servizio; chi deve ricostruire o sincronizzare un grande archivio scarica i pacchetti.
A questo si aggiunge il TED Open Data Service, che offre un knowledge graph interrogabile tramite SPARQL e permette di esportare i risultati in JSON, CSV, TSV, fogli di calcolo, XML e vari formati RDF. Non è soltanto una porta aperta: è una porta con una mappa, una rampa, le indicazioni e perfino un tavolo sul quale lavorare.
Anche le condizioni di riuso sono esplicite. Gli avvisi pubblicati possono essere riutilizzati per finalità commerciali e non commerciali; contenuti e metadati sono accompagnati da licenze chiare. Questo riduce l’incertezza per chi costruisce un servizio, conduce una ricerca o pubblica un’inchiesta. TED tratta l’accesso ai dati come un prodotto pubblico da progettare e mantenere. ANAC, oggi, sembra trattarlo come il residuo pubblico di un sistema progettato soprattutto per l’interoperabilità interna.
La differenza può essere riassunta brutalmente: TED pubblica dati perché vengano riutilizzati; ANAC pubblica dati affinché si possa dire che sono pubblicati.
Due modelli di amministrazione
Da una parte abbiamo un modello europeo articolato su più livelli complementari: sito consultabile, API anonima per gli avvisi pubblicati, bulk quotidiani e mensili, servizio semantico, documentazione per sviluppatori e licenze chiare. Dall’altra troviamo il labirinto ANAC: dataset annuali o mensili, aggiornamenti non sempre regolari, Analytics settimanali, dashboard, pagine HTML, API legacy di operabilità incerta e servizi realmente vivi collocati dietro PDND.
Il primo modello considera il riusatore esterno parte dell’ecosistema. Il secondo lo considera un visitatore.
Nel primo modello l’amministrazione dice: questi dati sono pubblici, dunque abbiamo costruito strumenti affinché chiunque possa usarli. Nel secondo dice: questi dati sono pubblici, dunque abbiamo costruito una pagina dove potete vederli; se poi volete elaborarli in modo sistematico, accomodatevi nel retrobottega con un raschietto.
Non è una differenza estetica. L’apertura reale dei dati produce servizi, analisi, concorrenza, ricerca, informazione e controllo. Consente a soggetti diversi di verificare l’amministrazione senza chiedere permesso all’amministrazione stessa. Riduce il monopolio interpretativo di chi possiede accessi privilegiati. Permette di costruire strumenti non previsti dal titolare del dato, ed è proprio questo uno dei valori fondamentali dell’open data: non sapere in anticipo quali usi nasceranno.
Un sistema composto soltanto da dashboard predeterminate lascia invece all’ente il potere di stabilire quali domande siano facili da porre. Le altre diventano costose, fragili o impossibili.
La contraddizione dell’Autorità anticorruzione
Che questo accada proprio nell’ecosistema dell’Autorità Nazionale Anticorruzione rende la faccenda più grave e anche, bisogna ammetterlo, teatralmente perfetta. L’istituzione chiamata a presidiare trasparenza e integrità possiede una quantità enorme di dati essenziali per il controllo della spesa pubblica, ma offre alla società civile un accesso meno tempestivo, meno stabile e meno programmabile di quello che l’Unione europea mette a disposizione per TED.
È come se il custode del faro accendesse la luce una volta al mese e spiegasse ai naviganti che, nel frattempo, possono consultare una fotografia del mare aggiornata la settimana precedente.
Non si sostiene che ANAC voglia deliberatamente nascondere i dati. Non occorre immaginare complotti quando basta osservare una cattiva gerarchia delle priorità. La digitalizzazione degli appalti si è concentrata sull’interoperabilità tra piattaforme, sugli obblighi delle stazioni appaltanti, sulla centralizzazione della BDNCP e sui flussi certificati. Tutto comprensibile. Ma durante questa trasformazione il riuso pubblico sembra essere stato degradato da componente strutturale a funzione accessoria. Prima si costruisce la macchina amministrativa; alla società civile vengono lasciati i finestrini.
Eppure l’anticorruzione non è soltanto controllo dall’alto. È anche verificabilità dal basso. Vive della possibilità che molte persone, con competenze e interessi differenti, osservino gli stessi dati e formulino domande impreviste. Nessuna autorità dispone da sola di tutti gli occhi necessari. Un buon sistema di trasparenza moltiplica gli osservatori; uno cattivo li costringe a perdere tempo per procurarsi il binocolo.
Il tempo del dato è parte del dato
Una delle difese più facili consiste nel dire che i dataset esistono, che gli archivi possono essere scaricati e che dunque l’obbligo di apertura è rispettato. È una lettura burocratica della trasparenza: il file c’è, la casella è spuntata, il timbro è stato apposto, il dato può riposare in pace.
Ma il tempo di pubblicazione è parte integrante della qualità del dato. Un’informazione resa disponibile quando non può più incidere sul dibattito, sull’indagine o sul comportamento degli operatori ha perso una parte sostanziale del proprio valore pubblico. Conoscere rapidamente una procedura consente di collegarla ad altre, osservare il mercato mentre si forma, avvertire gli interessati, verificare anomalie prima che diventino sedimento. Conoscerla molti mesi dopo consente soprattutto di raccontare ciò che è già avvenuto.
L’open data non dovrebbe essere il reparto necrologi della digitalizzazione.
Una pipeline pubblica moderna deve dichiarare frequenza, tempi massimi di aggiornamento, copertura, eventuali ritardi e stato del servizio. Deve permettere sincronizzazioni incrementali, evitare buchi o pubblicazioni fuori sequenza, offrire identificativi stabili e consentire di ricostruire le modifiche nel tempo. Nei contratti pubblici questo è particolarmente importante, perché una procedura non è un oggetto immobile: nasce, viene modificata, prorogata, aggiudicata, rettificata, talvolta annullata. Un archivio che pubblica fotografie occasionali senza una change history adeguata rende più difficile comprendere non soltanto cosa esiste, ma cosa è accaduto.
La fallibilità imposta ai servizi indipendenti
Ogni sistema indipendente che raccoglie dati ANAC attraverso scraping o file tardivi porta con sé una quota di fallibilità imposta dalla fonte. Può perdere una pagina modificata, non ricevere un mese, interpretare male un campo, incontrare un blocco geografico o infrastrutturale, dover ricostruire aggiornamenti senza un flusso incrementale affidabile. Questo non significa che tali sistemi siano inutili. Significa che devono investire una quantità sproporzionata di lavoro per rimediare a un difetto dell’infrastruttura pubblica.
È importante dirlo anche per evitare un equivoco: quando una piattaforma privata aggrega dati pubblici non sta necessariamente privatizzando ciò che appartiene a tutti. Spesso sta ricostruendo, a proprie spese, quell’accessibilità che l’ente pubblico avrebbe dovuto garantire alla fonte. Scarica archivi, normalizza formati, collega record, elimina duplicati, controlla anomalie, monitora pagine e mantiene decine di adattatori fragili. Fa il lavoro della protesi, non del proprietario.
Ma una democrazia non dovrebbe affidare la propria capacità di controllo alla resistenza artigianale di alcune protesi private. Deve consentire che quei servizi nascano e competano, certamente, ma sopra fondamenta pubbliche solide. Altrimenti ogni applicazione diventa una piccola diga costruita contro il fiume dell’incoerenza amministrativa, e prima o poi una diga cede.
Che cosa dovrebbe fare ANAC
La soluzione non richiede invenzioni futuristiche. TED mostra già l’architettura possibile. ANAC dovrebbe ripristinare o realizzare una API pubblica moderna per tutti i dati già pubblicati, accessibile senza appartenenza alla PDND, con documentazione ufficiale, versionamento, limiti di utilizzo ragionevoli e uno stato del servizio verificabile. L’autenticazione tramite una semplice chiave per gestire le quote potrebbe essere accettabile, purché l’ottenimento sia automatico, aperto a cittadini e organizzazioni e non subordinato allo status istituzionale.
Dovrebbe inoltre pubblicare bulk giornalieri e mensili ordinati, completi e prevedibili, con manifesti che indichino chiaramente quali file esistono, quale intervallo coprono, quando sono stati generati e quali controlli di integrità sono disponibili. Dovrebbe offrire flussi incrementali e una cronologia delle modifiche, non soltanto fotografie periodiche. Dovrebbe separare con chiarezza i servizi transazionali riservati, che legittimamente richiedono PDND, dai servizi di consultazione dei dati già pubblici, che non hanno ragione di essere confinati nello stesso recinto.
Infine dovrebbe riconoscere formalmente la comunità dei riusatori come interlocutore. Un repository pubblico, un sistema di issue, una roadmap e comunicazioni sui cambiamenti permetterebbero a giornalisti, ricercatori, imprese e civic hacker di adattarsi senza dover praticare archeologia preventiva a ogni aggiornamento. Non sarebbe una concessione benevola. Sarebbe manutenzione democratica.
L’open data non è una vetrina
La questione, alla fine, è molto semplice. Un dato non è realmente aperto perché può essere guardato su una pagina. Non è realmente aperto perché esiste un file da qualche parte nel portale. Non è realmente aperto perché una norma ne dichiara la pubblicità. È aperto quando chiunque può ottenerlo, comprenderlo, elaborarlo e combinarlo con altri dati senza dover chiedere un privilegio, fingere di essere un browser, usare un proxy o attendere che l’amministrazione completi con comodo il proprio calendario editoriale.
La trasparenza senza riuso è una vetrina. Si vede la merce, ma il vetro resta chiuso.
ANAC ha costruito negli anni un patrimonio informativo straordinario e ha partecipato a iniziative che promettevano di metterlo davvero a disposizione della società. Proprio per questo l’arretramento attuale è tanto più grave. Non partiamo da zero: partiamo da una promessa incompiuta, da API ancora ricordate dai motori di ricerca, da standard internazionali adottati ma non accompagnati da una pipeline pubblica all’altezza, da una BDNCP sempre più centrale e sempre meno interrogabile liberamente nel suo presente operativo.
Nel paese delle gare pubbliche, l’accesso ai dati è diventato esso stesso una gara. Da una parte partono gli enti e le piattaforme accreditate, con le API della PDND. Dall’altra partono cittadini, giornalisti, ricercatori e sviluppatori, con mesi di ritardo, qualche file bulk e un raschietto HTML. Poi ci spiegheranno che la competizione era aperta a tutti.
No. Aperta non significa visibile. Aperta significa utilizzabile.
E per un’Autorità che porta la parola anticorruzione nel nome, questa non dovrebbe essere una sottigliezza tecnica. Dovrebbe essere il principio fondamentale.